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Il contesto attuale
ggi, per la prima volta dal
Dopoguerra, si è di fronte ad un contesto in cui è percepibile una
generale e più diffusa “insicurezza sociale”, unita ad una intensa
turbolenza ambientale che sta provocando un rapido cambiamento culturale
(si pensi per esempio ai paradigmi valoriali o del lavoro). Non solo:
oggi, reduci dall’euforia della new economy (forse l’ultimo sogno
collettivo di un grande aumento di benessere per tutti), si avverte che
per la prima volta il futuro assume più i toni di minaccia che di
rassicurante promessa , unito ad una complessiva carenza di prospettive
nel contesto politico sociale generale. Di fronte a questo nuovo quadro,
la famiglia sembra comunque essere un soggetto che “tiene” e riesce a
convivere con queste nuove dimensioni, contando sempre più sulle proprie
forze e sulla capacità di adattamento alle mutevoli esigenze, innescando
però meccanismi di “difesa” (spesso solo economici, quali l’assicurarsi,
acquistare una casa, oltre che investire in fondi di investimento o
altri prodotti finanziari). Sappiamo però che altrettanto importanti
sono i legami personali perché “si sta bene” se si sta con altri, se non
si diventa “in-.dividi”, cioè persone che “non dividono” nulla con
altri, ma si riesce invece a costruire relazioni significative in
contesti comunitari e quindi anche ben oltre quelli familiari. Sono
queste delle “reti sociali di protezione”, sono il “capitale
relazionale”, cioè il livello di fiducia che ognuno di noi può
contribuire a costruire mettendosi in gioco, che certo non si può
acquistare. Invece? C’è una ricerca inglese spiazzante, che misura il
tempo che quotidianamente gli adulti (in questo caso i padri) dedicano
ai figli: qualcosa di inferiore ai 12 minuti al giorno! Se non c’è un
minimo di quantità, non c’è neanche qualità.
I bisogni e le richieste dei
giovani
a quanto
detto, è evidente allora che prima di tutto sia il mondo adulto a
mettersi in discussione, riprendendo a svolgere un ruolo educativo a cui
da anni ha un po’ abdicato, mentre ha un ruolo e delle funzioni da
svolgere nei confronti dei giovani, a cui non può sottrarsi. Giovani
alle prese con due sindromi opposte: quella di “Peter Pan” (cioè del
rinvio sempre più nel tempo ad assumersi responsabilità autonome, a
partire dalla casa), ma anche quella di Mozart. Infatti c’è un’altra
ricerca inglese sui consumi secondo cui il 63% delle bambine inglesi tra
i 7 ed i 10 anni usa il rossetto e gli obiettivi delle case
farmaceutiche sono di aumentare ancora di più questa quota di mercato.
Si è di fronte quindi a bambini che sono dei “precoci adulti” dal punto
di vista dei consumi e degli atteggiamenti, ma sono anche dei perenni
adolescenti da quello dell’assunzione di piena responsabilità. Cosa
chiedono allora questi giovani ai loro genitori ed agli adulti in
generale?
Essenzialmente queste sei cose:
1. essere presenti nella loro vita;
2. saperli ascoltare;
3. riconoscerli nelle loro competenze ;
4. essere coerenti tra i valori dichiarati ed i comportamenti assunti
(quindi anche onestà intellettuale);
5. dimostrare capacità di negoziazione (che vuol dire venirsi incontro e
dare loro fiducia , credere in loro, costruire una relazione
significativa con loro);
6. dimostrare capacità di controllo (la cui mancanza è percepita come
un’indifferenza nei loro confronti ).
Richieste semplici, autentiche, ma fondamentali in quanto derivanti da
loro bisogni. Si tratta di bisogni fondamentali di adolescenti e giovani
quali quelli dell’affettività e dell’amicizia, del dialogo, della
comunicazione e dell’ascolto, del confronto, il bisogno di poter
esprimere le proprie risorse e capacità, il bisogno di significati
profondi. Ma anche altro: la ricerca da parte dei giovani di sicurezza
(rispetto al poter contare), di riconoscimento (negli ambiti sociali, a
partire dalla famiglia), di autonomia (assumersi i rischi per arrivare
gradualmente ad essere più liberi e più adulti) e di poter assumere una
responsabilità (punto di arrivo che necessita un grande impegno) .
Una società adultocentrica
ncora uno
sguardo, un po’ più sociologico sul contesto generale, prima di entrare
nello specifico dell’individuazione di criteri per una progettualità per
giovani.
Mai come oggi si può dire di vivere in una società “adultocentrica” che
tende ad escludere categorie “non ancora e non più” adulte e quindi non
ancora o non più produttive, in un contesto dove non vale più il
precedente patto tra generazioni tipico della “società fordista”, ma
sembra non essere ancora periodo di stipularne uno nuovo. Società che,
come visto, sembra cerchi di ritardare sempre più i momenti di ingresso
nei giovani nella vita adulta e quelli del prendersi carico delle prime
responsabilità, società che sembra abbia abdicato al ruolo normativo ed
educativo e che, se e quando lo fa, si preoccupa dei giovani, in vista
di ciò che potranno divenire in futuro e non rispetto a ciò che già oggi
sono, cioè da una parte dei sensori privilegiati rispetto ai problemi
dei vari contesti sociali e dall'altra anche dei possibili “indicatori”
di soluzione degli stessi. Oltre ad essere cittadini dell’oggi e non già
di un domani. Nel senso che spesso si dice che bisogna investire sui
giovani perché “saranno i cittadini del futuro”. Questa frase però ha in
sé un elemento di ambiguità, cioè l’uso del futuro (saranno): infatti
spesso non si riconosce che i giovani sono già da ora (come si è già
detto) delle persone e dei “cittadini” con sensibilità, bisogni, istanze
ben precise delle quali le istituzioni dovrebbero farsi carico. Quindi
esserci oggi e non rinviare ad un domani o comunque investire sui
giovani in vista di quel che diventeranno e non di quello che sono.
Infatti anche questa seconda logica potrebbe essere fuorviante: si pensi
ad esempio al sistema formativo progettato con logiche di questo tipo
senza tenere conto di aspirazioni e desideri degli interessati, ma in
vista esclusivamente di quel che dovranno diventare. Mentre il grado di
civiltà e di “profezia” di un Paese si misura comunque sulla voglia di
futuro e sulle responsabilità verso le nuove generazioni. E questo vale
ancora di più oggi, quando si scopre che l’Italia è una società sempre
più adulta ed anziana (primo paese al mondo per grado di invecchiamento,
avendo superato anche il Giappone), in rapido cambiamento anche
culturale (si pensi ai paradigmi valoriali o del lavoro), in cui vi è
una complessiva carenza di prospettive nel contesto politico sociale
generale. E questo genera per i giovani una fatica in più nel costruire
la propria identità personale e sociale, vista anche la difficoltà
presente in molti contesti a costruire relazioni sociali significative e
alla limitata resistenza dei giovani a stare in situazioni di conflitto
e di privazioni .
Progetti ed attenzioni educative
n Italia
le politiche attuate dallo Stato e dagli Enti locali non hanno mai
previsto un’azione educativa forte. Anzi: era imperante il concetto che
le istituzioni non dovessero proprio educare, ma al più istruire,
formare, informare, erogare servizi e prestazioni. Reduci dal regime
fascista, dove lo Stato aveva avuto un ruolo centrale nella trasmissione
dei valori alle giovani generazioni, con l’avvento della nuova
democrazia il ruolo educativo è stato di fatto rimosso. Oggi però è
innegabile ritornare a promuovere alcune attenzioni educative da parte
del mondo adulto ed istituzionale nei confronti delle giovani
generazioni. Quali? Intanto partendo dalle sei richieste dei giovani e
dai bisogni dei giovani già evidenziati prima, e poi si può assumere
questo decalogo:
1 considerare la relazione come il mezzo per crescere e progettare (cioè
vanno incontrati i figli, le persone ed affrontati i problemi, non il
contrario), luogo dove il “clima” sia buono e sereno, perché in questi
contesti possono emergere potenzialità, idee e risorse di chi vi
partecipa;
2 garantire “spazi” in cui rielaborare vissuti e sperimentare emozioni,
luoghi in cui vi sia comunicazione e ascolto, in cui si costruiscano con
i giovani orizzonti culturali e prospettive diverse rispetto a quelle
che penetrano quotidianamente dai media. Queste, oggi più che mai,
“arrivano e colpiscono”, attraverso pubblicità, telefilm, telenovelas
proponendo scenari ideali, modelli, atteggiamenti e stili di vita in cui
le dimensioni della noia e della fatica non esistono;
3 imparare a negoziare con i giovani, pensando anche con originalità e
fantasia a contrattazioni che abilitino ad assumere responsabilità,
autonomia e libertà (ad esempio elaborare un regolamento per l’accesso a
spazi fisici);
4 ricordare che ogni azione e comportamento dell’Istituzione è visto,
osservato e valutato dai figli e che va spiegato, evitando scorciatoie;
5 riconoscere i giovani nelle loro competenze e magari scoprendone di
nuove (ciò per confermarli nel loro percorso di acquisizione di abilità
sociali);
6 usare linguaggi differenti, superando, per gli adulti, le vecchie
categorie mentali che rischiano di farsi imprigionare nel capire i
giovani, la realtà che ci circonda ed i rapidi cambiamenti;
7 credere nei giovani, nel senso che i giovani “ci sono e ci stanno”
quando incontrano “adulti significativi”, perché coerenti ed autentici,
attenti, in grado di coinvolgerli e ascoltarli, mettendo a loro
disposizione spazi adeguati per aiutarli a scoprire il positivo,
infondendo fiducia, coraggio e passione;
8 saper costruire alleanze con le altre agenzie educative (scuola,
Parrocchia, famiglie, ecc.) in modo che ci sia un “patto” ed una
condivisione di valori, obiettivi ed azioni, pensate in collaborazione,
che rinforzano reciprocamente il lavoro della famiglia e quello esterno;
9 cercare di intercettare anche le “domande mute” dei giovani, quelle
che non fanno rumore, ma evidenziano sofferenza, fragilità, noia o
tentativi di rifugio in mondi virtuali, cercando di dare un senso anche
a queste dimensioni;
10 maturare la consapevolezza chele istituzione che sono chiamate ad
intervenire per i giovani sono diverse e a più livelli ed è possibile
attivare tavoli di confronto con queste o anche tavoli di confronto tra
amministratori locali.
Allora la sfida nei progetti/servizi per i giovani è nello scommettere
sulla “relazione” con loro, che diventa lo “strumento quotidiano di
lavoro” per accompagnarli nel percorso di presa di coscienza e di
formazione della cittadinanza.
Cooperare per creare legami
sociali
e
istituzioni infatti oggi non devono più essere (e/o sentirsi) “operatori
solitario, chiuse e protette nei loro uffici, ma i nuovi compiti devono
portarle inevitabilmente ad unirsi e fare rete con altre agenzie
educative (in primis scuola, oratorio, istituzioni locali), partecipando
alla costruzione di nuovi ed autentici legami sociali, che significa più
alti livelli di fiducia all’interno della comunità. Significa
scommettere su un lavoro educativo di più lungo periodo, partecipando
alla costruzione di contesti e città educative, richiamandosi anche alle
proprie responsabilità nel garantire questi luoghi. Infatti fino ad oggi
le istituzioni, al di là delle dichiarazioni ufficiali, hanno dimostrato
poca attenzione per i giovani, attuando per lo più interventi a valenza
debole sia dal punto di vista quantitativo (viene destinato lo 0,24% del
totale delle uscite dei Comuni) che qualitativa (“assistenzialismo”
piuttosto che autopromozione dei giovani o progetti aventi di fondo
alcuni valori forti ). Mentre è importante che un ente locale attui
questo tipo di azioni, dando vita a percorsi in cui i giovani
partecipano “producendo” cioè organizzando, promovendo, viaggiando,
elaborando, formandosi. In ogni caso dei “gerundi” che richiamano ad
azioni che durando nel tempo, dei processi, che sono il modo con cui i
giovani prendono parte, e si sentono parte, della vita della città. Sono
poi importanti gli obiettivi di questi progetti, in quanto prevedono
l’acquisizione di abilità sociali (discutere, stare in relazione),
maturare un’attitudine al lavoro, imparare ad essere “imprenditivi”,
mettersi in relazione con adulti, istituzioni ed altre organizzazioni,
costruire cioè legami sociali tra parti della comunità che sono
tradizionalmente distanti, il che significa generare fiducia, quindi
sicurezza, quindi capitale sociale.
Tutto ciò permette loro di diventare cittadini di “serie A”, titolari di
diritti e doveri. Se poi questi percorso riescono davvero a connettere
più parti, allora il lavoro educativo è di tutta la comunità. Infatti è
auspicabile a far sì che sia il “clima” della città a fare questo, mai
solo un singolo soggetto della comunità. Si parla allora di “città
educativa” e per questo bisogna essere bravi a lavorare con le risorse
(scarse) che ci sono sul territorio. Si tessono così alleanze
significative che costruiscono un ambiente educativo (che ha dunque un
valore aggiunto) in cui i giovani crescono e diventano cittadini. Come?
Ecco alcuni criteri:
1. lavorare sui legami sociali: mancano appunto luoghi e spazi di
incontro per i giovani dove potersi confrontare per trovare significati
comuni, scambiare idee, dove giovani e adulti possono insieme creare
cultura e trovare significati condivisi , in vista di una progettualità
comune;
2. costruire luoghi di esercizio della democrazia: negli “spazi sociali”
descritti prima ci deve essere la possibilità di sperimentare
“laboratori di partecipazione” (cioè “palestre di democrazia diretta”)
in modo da vivere l’educazione civica e civile. Così allora gli
operatori sociali (e nella scuola gli insegnati) arrivano a svolgere
funzione di “mediatori culturali”, che aiutano a vedere le cose nella
loro complessità, cercando insieme risposte;
3. continuare a “produrre azioni” insieme al “pensiero sull’azione”,
cioè prevedere “tempi e luoghi” adeguati per riflettere e valutare
quanto progettato ed attuato. Così l’esperienza può divenire
apprendimento condiviso, sapere collettivo, patrimonio comune; ciò
significa dare valore al lavoro sociale. Per i genitori significa
esserci in questi percorsi, prenderne parte e parola, pretenderli e
garantirli;
5. continuare a svolgere un’azione di promozione culturale e sociale
della questione giovanile, che è stata a lungo dimenticata, taciuta: un
silenzio che il mondo adulto ha mantenuto nel timore di affrontare
l'argomento, consapevole del fatto che esso lo chiama in causa in prima
persona. Per questo genitori e famiglie hanno la responsabilità di
informarsi e richiamare le istituzioni ai loro doveri;
6. agire sulla prevenzione, che vuol dire promozione di socialità, di
opportunità, di diritti, in un contesto che vede la fascia d’età tra i
16 ed i 25 anni con il più alto numero di consumatori di sostanze
illecite, in particolare di quelle che vengono chiamate “nuove droghe”.
Si tratta di un fenomeno che mette di fronte ad un nuovo tipo di
consumatore che contempera un’esistenza “di normalità” con una
trasgressività intensa, temporanea e reversibile legata al tempo libero
(la notte, il fine settimana, le vacanze) e che, come già detto, vede
anche gli adulti come consumatori di ansiolitici ed antidepressivi, in
generale categoria a disagio. La richiesta “ad esserci” rispetto ai
giovani è allora un grande impegno per il mondo adulto, inteso come
famiglie, scuola, imprese, parrocchie, ecc.
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